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ECUADOR 2018

Alzi la mano chi avrebbe pensato qualche anno fa che in una parrocchia come quella di Premolo si potesse organizzare una missione in Sud America che potesse coinvolgere specialmente i giovani. Proprio così, perché del gruppo di nove persone partito verso l’altro capo del mondo e

rano presenti ben sei ragazzi di età compresa tra i 17 e i 21 anni. Un’esperienza incredibile anche solo per il pensiero di vivere per un mese lontano da amici, parenti e abitudini. A questo punto però viene naturale chiedersi che cosa effettivamente è stato fatto e la ragione per cui si è deciso di intraprendere un tale viaggio.

Questa missione è nata nel 1986 grazie a una comunità religiosa fondata dalla suora e maestra bergamasca Maria Elisabetta Mazza, inizialmente legata alla città di Esmeraldas e solo successivamente a Quito. Proprio in quest’ultima, la capitale del Paese, si è concentrata la missione supportata da un gruppo di accoglienti e sorridenti suore, alcune bergamasche altre ecuatoriane. Proprio quest’ultime sono coloro che nel “piccolo” barrio (piccolo centro abitato ai confini di una città) di Pisulì (20.000 abitanti circa) hanno aperto un Centro Pastorale (un po ‘ come il nostro Oratorio) dove i bambini e i ragazzi si trovano

, al termine della scuola, per mangiare e vivere qualche ora in serenità. Lo scopo della missione perciò non è solo quello di andare per costruire edifici, portare cibo, tantomeno andare ad insegnare come vivere e agire in stile colonialismo del XVI secolo. Molto semplicemente la missione si basava su un concetto che come cristiani troviamo proprio nel Vangelo: la condivisione. Per tutte le quattro settimane la condivisione è stata alla base di tutto, tra noi italiani, con le suore a casa e con la comunità di Pisulì. Proprio la condivisione con quest’ultima ci ha portato a fare esperienze come il CRE (campamento vacacional), la novena la sera, le feste di paese e la JNJ (Jornada Nacional de la Juventud, giornata nazionale della gioventù). Tutte queste meravigliose esperienze sono state infatti vissute con i ragazzi e gli animatori della comunità che ci hanno accolto con immenso piacere e disponibilità.

Probabilmente ognuno è partito con motivazioni diverse ma quello che ci ha sicuramente accomunato è stata la disponibilità a confrontarci con una realtà totalmente diversa dalla nostra, con un altro modo di pensare e di vivere, e son sicuro che questo

è servito a tutti per imparare ad aprire la mente, a sapersi adattare a qualcosa di totalmente diverso e a capire che a differenza di come ci fa sembrare la società oggi non tutto gira intorno ai soldi e alle cose materiali, basta molto ma molto meno per essere felici e godersi le persone che abbiamo accanto. Ovviamente si spera che pure noi abbiamo lasciato qualcosa ai ragazzi e alle persone di quel meraviglioso posto, ma questo bisognerebbe chiederlo a loro. Quello che si può affermare con certezza è quello che un popolo come quello ecuadoriano è riuscito a trasmetterci, ovvero valori come la semplicità, la vera amicizia, la spontaneità, la generosità, l’accoglienza, il coraggio di mostrarsi per come si è e di mostrare quello in cui si crede, come per esempio la fede religiosa, cosa che risulta oggi estremamente difficile per adulti e ragazzi del nostro Paese.

Qualche parola su un giornale probabilmente non aiuterà a capire molto quello che vale un’esperienza del genere, perciò auguro a c

hiunque, grandi e piccoli, di avere l’opportunità di viverne una simile perché per quanto possa sembrare scontato non la dimenticherete mai ed

entrerà a far parte di voi rendendovi delle persone più consapevoli e, perché no, più felici.

In Ecuador si piange due volte: quando si arriva e quando si deve andare via”. (cit. DG)

Luca Gamba

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